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Poesie in Sardo

Su mundhu de sa poesia de Cristoforo Puddu – Frearzu 2017

 Pietro Mura, innovativa personalità poetica

Pietro Mura, personalità poetica singolare e innovativa del  panorama letterario sardo, era nato a Isili nel 1901 da Antonio e Luigia Orrù. Seguendo la radicata tradizione familiare e locale iniziò giovanissimo, dopo aver frequentato la quarta elementare, il mestiere di ramaio e dedicando una “vorace” passione per le letture che gli consentirono di acquisire una profonda e non comune cultura umanistica. Nel 1924 si stabilisce a Nuoro e l’anno successivo si sposa, proseguendo l’attività artigiana che interromperà solo tra il 1936 e il 1938 perché volontario in Africa Orientale. Da autodidatta aveva iniziato a “poetare” da estemporaneo e scrivere versi già dall’età di quattordici anni, ma è con l’assimilazione dei classici italiani come l’Ariosto, la conoscenza di autori moderni (Saba, Ungaretti, Montale, Quasimodo, Lorca, Neruda e l’inglese Wystan Hugh Auden ) e adottando totalmente l’impiego della lingua nuorese-barbaricina che rivela la modernissima vena poetica di eccelsa sensibilità e coscienza sociale, plasmata, sviluppata ed evidenziata nei contenuti delle liriche d’impegno e “doveroso civismo” a favore della rinascita della Sardegna. Al tema della rinascita dell’Isola -sviluppato con una poetica originale di straordinario vigore lirico- è legata e congiunta in modo indissolubile la condizione umana e di lavoro dei sardi “nel travaglio del suo rinnovamento, nelle sue ricadute penose e nella volontà nuova di superamento e ascesa” (Gonario Pinna, Antologia dei poeti dialettali nuoresi, Editrice Sarda Fossataro, Cagliari), che aveva caratterizzato gli anni Cinquanta e Sessanta. Nicola Tanda, nel curare la raccolta postuma (Sas poesias d’una bida, Cagliari, Centro di Studi filologici sardi/CUEC, 2004), ne sottolineerà inoltre la nuova concezione poetica e la capacità del Mura nell’avere “modificato e riqualificato il sistema letterario sardo nel suo insieme”, immettendolo così da protagonista “nell’intero panorama complessivo della comunicazione letteraria italiana ed europea”. L’edizione critica ed integrale dell’opera Sas poesias d’una bida, i cui testi lo stesso autore aveva raccolto allo scopo di una pubblicazione, rendono merito al percorso di ammodernamento creativo compiuto dal poeta -appellato il “Garcia Lorca sardo”- e che con la lirica Fippo operàju ‘e luche soliana (…Fippo operàju ‘e luche soliana / commo sò oscuru artisanu de versos / currende un’odissea ‘e rimas nobas / chi mi torret su sonu ‘e sas lapias / ramenosas campanas / brundas timballas e concas / e sartàghines grecanas./…) redige in versi un vero e proprio manifesto della nuova poesia in limba sarda del Novecento. Il periodo più fecondo e alto di versi coincide per il Mura con i riconoscimenti ufficiali al premio “Città di Ozieri”, che iniziarono  nell’edizione del 1958, con la premiazione alla lirica Non bies che predarjos, e lo consacrano avanguardia del nuovo corso poetico contemporaneo.

 

Non bies che predarjos

 

Non bies che predarjos

E rubos e predarjos

Prunischeddas e chessas e predarjos

E mullones de morte

In sos predarjos.

Nudd’attera cultura

Si no est carchi tula

De tridicu isfioriu.

Una boche pizzinna

Cantat  in mesu a tanta solidade

Chin trista melodia;

paret s’eco luntana

d’unu dolore chi non tenet fine.

Li rispondet in badde

Unu prantu accorau d’anzone

Forzis pedinde perdonu a su mundu

Pro esser naschìu.

 

(Non altro che pietraie. Non altro che pietraie e rovi e pietraie e pruni e lentischi e pietraie e tumuli di morte sulle pietraie, vedi. Non altri coltivi solo qualche zolla di steli disseccati. Una voce di fanciullo in quella solitudine canta una triste melodia; sembra l’eco lontana di un dolore infinito. Uno straziato canto d’agnello riecheggia nella valle. Chiede forse al creato perdono d’essere nato? -traduzione di Antonio Mura, figlio del poeta-)

In Sos Cristos semus nois, alto esempio d’intensa espressione poetica, descrive con toni accorati ed ironici la condizione-sorte dei sardi “amicos de sos nostros nimicos” che “azudamus sos meres a nos ispozare”, ma nonostante tutto “nois semus sa forza”.

 

Sos Cristos semus nois

 

Sos Cristos semus nois

Sos de sa ruche.

Sos chi amus birgonza

De non poder sa ruch’e sos anzenos.

Sas berbeches muntas

De sos meres.

Nois semus sos mudos,

Sos chi no amus pena

De su nostru dolore.

Nois semus sos amicos

De sos nostros nimicos.

Sos teraccos fidaos

Sos c’azudamus sos meres

A nos ispozare.

Nois semus sa forza,

semus sas  funtanas

chi dan s’abba a sos ribos.

Non moghet foza si nois no cherimus;

nois semus sos Cristos.

 

(I cristi siamo noi. I cristi siamo noi che portiamo la croce, che vergogna ci assale di cader sotto il peso delle croci non nostre. Siamo le pecore matte spremute dai padroni; siamo come muti senza lamenti per le nostre pene. Siamo gli amici dei nostri nemici; siamo i servi fedeli che aiutano i padroni a dispogliarci. E noi siamo la forza, siamo le sorgenti che recan l’acqua ai fiumi; non muove foglia se noi non si voglia. Noi siamo i cristi. -traduzione di Antonio Mura, figlio del poeta-)

Diversi testi del Mura, che morì a Nuoro il 16 agosto 1966, hanno raggiunto grande notorietà per essere stati musicati dal cantautore Piero Marras.

 

 

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