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Fra Islam e Sardismo: sogno, identità e progetto

 Per capire meglio lo sviluppo del “sistema” Costa Smeralda, soprattutto nei primi anni di vita del Consorzio, riferibili al periodo 1962-69, una “pista”, ancora tutta da esplorare e da studiare che, si spera, trovi una sua prima sistemazione sarà, appunto, quella di cercare di analizzare il rapporto fra l'Islam sciita proprio degli ismaeliti naziriti, cui appartiene Aga Khan IV ed il pensiero politico sardista di cui fu un importante esponente Antonio Simon Mossa, unico sardo, uno degli architetti chiamati a far parte del progetto. Una domanda accompagna da sempre chi si è occupato e si occupa di Costa Smeralda: vi sono  stati, dietro, realmente, un sogno, una vocazione religiosa ed un progetto politico, legato ad un turismo diverso e d'élite oppure si è trattato di mero investimento economico? In questo capitolo si cercherà, un po' di “tirare le somme”, proponendo una lettura un poco differente di quello che ha reso la Costa Smeralda un sistema ed uno stile.

 

Sistema, come già, scritto, scoperto, voluto ed ideato da una figura carismatica come quella del principe Shah Karim al-Husayni,  Aga Khan IV, vero nome Karim al-Husayni (Ginerva, 1936), 49 novesimo imam dei musulmani ismailiti nizariti. Figlio del principe Ali Khan e della principessa Tajuddawlah Ali Khan (Joan Yarde-Buller), succedette l'11 luglio 1957 nella suddetta carica ereditaria al nonno Mahommed Shah Aga Khan III (1877-1957). Suo padre, morto nel 1960, era l'erede di quest'ultimo, che preferì, tuttavia, designare il nipote. Karim ha la nazionalità britannica ed è a capo di un grande impero economico-finanziario (soprattutto nel settore turistico e aeronautico) e titolare di un considerevole patrimonio immobiliare. Quello di Aga Khan è un titolo onorifico conferito, nel 1834, al 46º imam dei nizariti Hasan Ali Shah (1817-1881) dallo scià di Persia Fath Ali Shah, in quanto aveva sposato la figlia Sarv-i Jahan Khanum, diventando così un membro della famiglia imperiale Qajar. Dopo aver trascorso la giovinezza in Kenya, si trasferì in Svizzera per completare gli studi e laurearsi ad Harvard in “Storia Islamica” nel 1959. Il principe è divenuto Imam dei musulmani ismailiti nizariti l'11 luglio 1957, all'età di vent'anni, succedendo al nonno, Aga Khan III, che non condivideva lo stile di vita del figlio Ali (sposo anche della star hollywoodiana Rita Hayworth). Il trattamento di sua altezza gli fu accordato nel 1957, dopo la morte del nonno, dalla regina Elisabetta II del Regno Unito; quello di sua altezza reale, nel 1959, dallo scià di Persia.

Senza dubbio, quindi, per parlare del principe e della sua missione religiosa, in quanto imam dei musulmani ismaeliti, occorre fare riferimento al pensiero di questa corrente islamica sciita, minoritaria, ma diffusa in tutto il mondo. Capire questo pensiero aiuta anche a conoscere il legame positivo instaurato nei primi anni Sessanta con la cultura, la storia e la tradizione sarda. Mi piace, quindi, riproporre alcuni stralci del discorso proclamato dall’Aga Khan agli inizi degli anni Duemila, in occasione delle Celebrazioni dei 25 anni dell’Istituto di Studi Ismaeliti di Londra. In quel contesto il principe, non al centro delle consuete cronache mondane che da sempre lo hanno contraddistinto, forniva una diversa immagine di sé e della corrente religiosa che guida.

Il discorso, tenuto da imam, verteva su una diversa e rivoluzionaria interpretazione del Corano, soprattutto se raffrontata con il pensiero dominante in campo islamico. Un pensiero rivoluzionario, ma perfettamente ortodosso. Gli ismailiti sono parte dell´islam sciita, la corrente secondo la quale, all´opposto dell´islam sunnita, l´interpretazione e l´applicazione storica del Corano è opera mai conclusa, aperta a soluzioni sempre nuove. È dall´islam sciita che è sorta la rivoluzione khomeinista, ma da lì possono anche fiorire interpretazioni umanistiche e liberali della stessa fede musulmana. Non è un caso che nella storia del pensiero islamico gli autori più originali e aperti, al confronto con le altre fedi e culture, siano stati in gran parte sciiti e ismailiti. L´Aga Khan, in quell’occasione, aveva, poi, molto insistito sul primato della conoscenza, citando il poeta e filosofo persiano dell´XI secolo Nasir Khusraw, per il quale il vero jihad, la vera guerra santa, è quella che si

combatte con la luce del sapere contro il buio dell´ignoranza e dell´intolleranza.  A questo ha fatto, poi, seguito un’importante riflessione sociale e politica riferita alla “ummah”, la comunità musulmana mondiale. Una riflessione, rara, ma fondamentale per capire il motivo per cui una personalità del genere, ricca e potente, leader mondiale di una corrente religiosa, si sia interessata ad un’area, fino ad allora, semisconosciuta  e povera, di una regione, la Sardegna, già da allora  ai margini dello sviluppo economico. Per il principe, questa ummah risulta essere fatta di ultraricchi e ultrapoveri, “di sciiti e sunniti, di arabi e non arabi, di teocrazie e di stati laici, di chiusure impositive e di aperture al pluralismo, di quelli che vogliono adottare forme di governo moderne e partecipative e di quegli altri che vogliono ripristinare a forza forme di governo spacciate per antiche”. In questo modo ciò che doveva essere fratellanza è diventato rivalità, la generosità è stata rimpiazzata da avidità e ambizione, il diritto a pensare è considerato nemico della vera fede, e tutto ciò che si cerca di fare per allargare i confini dell´umano sapere attraverso la ricerca è condannato a fallire poiché, nella maggior parte del mondo musulmano non vi sono né le strutture né le risorse per far crescere una valida leadership intellettuale”. Conclusione amara che, però, poi ha spinto ad osservare l’Aga Khan che “dentro il mondo musulmano vi sono molti che hanno profonda cura della loro storia e dei tesori del loro passato e nello stesso tempo sono apertissimi alle radicali novità del mondo moderno”. Ed è proprio questo intreccio tra identità islamica e modernità a meglio comprendere la riflessione del pensiero ismaelita, che non ha solo bisogno di retorica, ma di fatti, di azioni concrete. Già in quell’occasione solenne, il principe aveva citato e ricordato  alcune sue iniziative d´avanguardia nel campo dell´istruzione: l’ Aga Khan University con sede centrale a Karachi; la nuovissima University of Central Asia, con sedi in Tagikistan, Kazakistan e Kirghizistan; la rete internazionale di scuole primarie e secondarie in Africa e in Asia, tutte di alta qualità e con particolare cura per le materie umanistiche, frequentate da allievi di ogni strato sociale e di diverse appartenenze etniche e religiose. Le iniziative pubbliche dell’imamato ismaelita sono state, per certi versi, concrete, in tutti i campi dell´istruzione, dello sviluppo sociale, delle arti,  mirate ad elevare la qualità della vita di popolazioni poverissime in regioni sperdute, ma anche finalizzate a stabilire un rapporto fecondo tra la grande tradizione islamica e le punte alte della civiltà occidentale. E, sostanzialmente, l’interesse e l’azione svolta nella povera e sconosciuta Gallura dei primi anni Sessanta, può ascriversi anche in quest’ambito, dal momento che il principe era molto stimato, e la maggior parte considerava il suo arrivo provvidenziale, avendo sollevato molti pastori dalla miseria. E’ anche in questo senso da ascriversi come una “battaglia sardista” , l’incredibile ed unico progetto del principe Agha Khan nell’essere riuscito, per primo, a sopperire, almeno parzialmente, alla grave carenza sarda dei collegamenti aerei con la costituzione, nel 1964 della compagnia Alisarda che, poi, diverrà Meridiana ed ora Air Italy, con l’obbiettivo  di contribuire a colmare la discontinuità territoriale con la penisola

E l’incontro con il pensiero sardista, da sempre propugnatore di un riscatto culturale, politico economico e sociale di una terra che usciva distrutta dalla guerra, con la riforma agraria mai decollata e con le primi crisi del minerario e del petrolchimico, non poteva non essere scevro di suggestioni e di punti di contatto. E l’uomo che, più di tutti, fu chiamato ad incarnare questo spirito, anche rivoluzionario, di un sardismo moderno, al cospetto del principe ismaelita, fu, almeno fino a tutti gli anni Sessanta, Antonio Simon Mossa, unico architetto sardo ad essere stato scelto per entrare a far parte del Consorzio Costa Smeralda. Il primo contatto, seppure indiretto, con l’Aga Khan, lo racconta lui stesso in terza persona nella sua opera “Dall’Utopia al Progetto”: “Nel febbraio del 1962, per tre giorni consecutivi si riunirono in “conclave” a Castelsardo – presso l’abitazione privata dell’imprenditore Guglielmo Capolino, gli architetti Antonio Simon Mossa, Jacques Coüelle, Raymond Martin, Michele e Giancarlo Busiri Vici, Leopoldo Mastrella, Madame Rohan, Luigi Vietti e lo scultore Giò Pomodoro. Nel corso di quelle tre giornate vennero visionati e analizzati minuziosamente dagli emissari dell’Aga Khan Karim tutti i progetti realizzati dall’architetto Antonio Simon Mossa, comprese le diapositive delle opere già eseguite, e alcuni giorni dopo, per la sua genialità e la sua straordinaria bravura, venne chiamato a far parte dello staff di architetti della Costa Smeralda, che di lì a poco iniziò a riunirsi all’Hotel Jolly di Olbia”.

Nella storia della Sardegna, Antonio Simon Mossa (Padova 1916- Sassari 1971), rappresenta una delle più importanti figure del sardismo moderno. Architetto, giornalista, politico, uomo di pensiero e di azione poliedrico, con una vita intera dedicata all’impegno sociale e civile per il riscatto della sua terra. Una biografia, la sua, che è un “percorso di passione”. A cominciare dall’impegno come giornalista redattore della “mitica” “Radio Sardegna”, la prima emittente libera del Mediterraneo e dell'Europa continentale, nata come radio mobile il 10 ottobre 1943, poco più di un mese dopo l'armistizio dell'8 settembre del '43. Fu un poliglotta e un viaggiatore colto e attento alle problematiche delle comunità etniche europee e di tutti i popoli oppressi del mondo. Egli effettuò viaggi di studio e di presa di contatto con tutti i maggiori esponenti dei partiti e dei movimenti di liberazione nazionale d'Europa, nonché con linguisti, intellettuali e scrittori delle Nazioni senza Stato, e con i rappresentanti dei principali sindacati etnici europei da lui conosciuti personalmente, con i quali intrattenne stretti contatti telefonici ed epistolari. Simon Mossa fu, indubbiamente, tra gli intellettuali isolani, il primo etnolinguista sardo del ventesimo secolo ad aver compreso la valenza politico-rivoluzionaria della lingua sarda, come “elemento cementante dell'unità del Popolo e della Nazione Sarda”.

Per quanto riguarda la sua professione, Antonio Simon Mossa fu un valente urbanista e un arredatore d'interni, nonché uno studioso di problemi dell'insediamento umano, un disegnatore e un geniale architetto dotato di una scalpitante e irrefrenabile fantasia, in virtù della quale creò una forma compositiva inedita, la cosiddetta architettura mediterranea, che per la sua naturalezza incontrò il favore dei committenti, fra cui anche  il principe Aga Khan. Architettura nella quale fuse in modo impeccabile, piacevole ed armonico i sette “moduli costruttivi” dell'Isola con alcuni elementi architettonici delle abitazioni catalane, castigliane, andaluse, arabe e africane. Egli, laureatosi in architettura a Firenze nel 1941, prediligeva l'architettura domestica a dimensione umana e l'impiego nelle sue creazioni architettoniche irrorate di calce, non solo del patio fiorito, dei loggiati con l'arco a pieno tondo, ma anche delle formelle maiolicate. E le sue opere testimoniano tutto ciò.  Con riferimento alla Gallura, alla Costa Smeralda ed al tratto nord-orientale sardo, si segnalano, nello specifico: il complesso residenziale di Guardia del Corsaro in Santa Teresa di Gallura, l'Hotel L'Altura a Palau, l'Hotel L'Abi d'Oru di Marinella in Olbia, le ville Riccardi, della Begum (moglie dell'Aga Khan), del geom. Scano e Fèrgusson in Arzachena, la chiesetta di Capo Testa in S. Teresa di Gallura.  Ad Olbia tracciò e realizzò la strada litoranea, con piazzuole panoramiche, che, passando per Portisco, congiunge Olbia alla Costa Smeralda;  in La Maddalena ristrutturò la chiesa parrocchiale di Santa Maria Maddalena. Inoltre Simon Mossa studiò e realizzò, per conto del Centro regionale di programmazione, un progetto organico per il comprensorio agro-turistico della Costa orientale del nord Sardegna, da Capo Coda Cavallo a Cala Luna. Pubblicò numerosi saggi sul turismo e l'architettura sarda, tra i quali le “Considerazioni sul turismo in Sardegna” del 1956 e le “Note sulla politica turistica (regionale)” del 1969. Per quel che riguarda questo contributo e, soprattutto, questo paragrafo, mi sembra di una grande attualità l’articolo “Considerazioni sul turismo in Sardegna” per due ordini di ragioni: 1) perché scritto nel 1956, prima della nascita del “sistema Costa Smeralda”; 2) perché ci fornisce molti spunti di riflessione anche in merito al “vento” sardista e terzomondista di cui Simon Mossa fu propugnatore. In “Considerazioni sul turismo”, il messaggio di Mossa è chiaro: si augura la nascita di una vera coscienza turistica, spiegando che il turismo, già da allora, siamo nel 1956, sarebbe potuta diventare una vera e propria industria con importanti riflessi socialmente positivi.“I sardi”- scrive ancora Mossa- “devono iniziare a prendere consapevolezza di questa coscienza turistica dal di dentro, da loro stessi, dalla loro terra, facendo si che questa conoscenza possa tramutarsi in fattore economico”. Ed, allora, che soluzione prospettava il sardista “terzomondista” Antonio Simon Mossa nel lontano 1956 per uno sviluppo turistico adeguato della Sardegna? Non certo un turismo “povero”, di operai ed impiegati; ma un “turismo di qualità per turisti ricchi”: il progetto “Costa Smeralda era ancora di là da venire. Lo stesso pensatore sardista propugnava, quindi, una sorta d’ “inversione di tendenza” già da allora: passare da un flusso turistico monopolizzato da chi voleva spendere poco e viaggiare maggiormente ad uno più stabile in cui si sarebbe dovuto spendere di più, in modo da alimentare concretamente l’economia locale. E’, dunque, in questi passi fondamentali che, a mio avviso, si possono ritrovare alcuni collegamenti, questa volta “sardi”, con il successivo primo progetto del Consorzio Costa Smeralda voluto dal principe Aga Khan: un luogo per ricchi, ove poter spendere aiutando anche l’allora povera economia gallurese.

Un altro “punto di contatto” fra l’islamismo ismaelita del principe ed il pensiero sardista di Antonio Simon Mossa potrebbe essere rappresentato dal filone “terzomondista” di quest’ultimo, che è sempre stata una costante della sua vita. In primo luogo, proprio il periodo 1965-70  é quel momento in cui le tendenze omogenizzanti del capitalismo e dell'imperialismo avevano trovato tanta resistenza e tanta volontà di distinzione e di affermazione autonome nelle comunità e nei popoli con cui esse hanno provato ad urtarsi e a confrontarsi. E' proprio allora che, per Simon Mossa, lottare per l'autonomia significò lottare per mantenere integra e per proiettare nel futuro la propria storia, la propria cultura, gli usi e i costumi della propria terra e della propria comunità. In secondo luogo, però, fu, per lo stesso ideologo, singolare come, quanto accadeva nelle altre parti del mondo, veniva, invece, purtroppo, negato al popolo sardo, come se anche  sul tema dell'autonomia fosse prevalso sui sardi il tradizionale complesso d'inferiorità, già ben evidenziato da quella lussiana definizione di “Sardegna nazione mancata o fallita”. Simon Mossa, sempre in quest’ àmbito terzomondista, proprio sul finire degli anni Sessanta, elaborerà la c.d, “nuova frontiera del sardismo”, ponendosi, in campo storico economico e del pensiero, primo, il problema della compatibilità dello sviluppo dei popoli “emergenti “ (il Terzo Mondo) con quello dell'ulteriore sviluppo dei popoli dei paesi industrializzati (di già o di prossima società affluente, come direbbe Galbraith). Per Simon Mossa ogni tentativo di liquidare il sardismo come “fuori tempo” o “roba antiquata” appariva un assurdo. Anzi, questa nuova “frontiera” terzomondista, radicata nella spinta indipendentista ed autonomista, avrebbe dovuto avere, in sé anche il seme della lotta al sottosviluppo. Avere aderito al primo progetto del Consorzio Costa Smeralda, ed esservi rimasto per ben sette anni, dal 1962 al 1969, può, alla luce del presente lavoro, essere letto come uno dei tanti “percorsi spirituali” di Simon Mossa di tenere vivo e presente lo stimolo e la ricerca delle altre minoranze nazionali, culturali, etniche e religiose. Ed, in un certo senso, a parte sempre i clamori mondani, l’islamismo ismaelita del principe Aga Khan e la sua vocazione solidaristica di lotta alle disuguaglianza ha potuto rappresentare una di queste “nuove frontiere” di contatto.

Un rapporto che, purtroppo, si chiuderà bruscamente nel 1969, quando l’architetto sardista rinunciò a tutti i danari dovutigli una volta scoperto che si voleva cementificare la Costa Smeralda, lui che progettava costruzioni che non avrebbero dovuto offendere la natura.

 

Gianraimondo Farina

Dipartimento di studi storici e filologici

Università Cattolica del Sacro Cuore- sede di Brescia.

 

[1] Il presente articolo sarà parte di un contributo scientifico selezionato per il Convegno di studi internazionali organizzato dall’Università degli studi Federico II di Napoli il 1-2 Ottobre 2020 dal titolo “ Verso la massificazione. Il turismo nell’area euro- mediterranea: politiche, società, istituzioni ed economia”. L’autore interverrà con una relazione dal titolo: Il “caso” Costa Smeralda: alle origini di un sistema turistico fra identità e modernità.

 

 

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